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Stop al geo-blocking? Ma non per musica e film - KarmaWeb Solutions
La prossima primavera sboccerà il nuovo commercio elettronico su scala europea, per servizi digitali e prodotti fisici. E sarà il risultato di un complicato compromesso tra l’idea comunitaria di abbattere le attuali barriere e la persistenza di strutture di costi e regole che ancora agiscono a livello locale. Le negoziazioni sono in corso. Qualche giorno fa il Consiglio Ue ha approvato la bozza della Commissione europea con una proposta di rimuovere il geo-blocking, cioè i blocchi geografici che limitano gli acquisti online su siti stranieri all’interno dell’Unione. Adesso la palla passa al Parlamento Ue e «si prevede che per metà marzo tutto dovrebbe essere completato», dice Roberto Liscia, presidente di Netcomm (consorzio commercio elettronico italiano) e storico massimo esperto di questo settore. Il succo di questa normativa, come riassume Fabrizio Sanna, dello studio Orsingher Ortu-Avvocati Associati di Milano, è che «i siti e-commerce europei dovranno trattare allo stesso modo, senza discriminazioni, tutti i cittadini». E questo si declina in tre novità principali. «Primo, se il sito e-commerce deve trattare allo stesso modo tutti i cittadini di tutti i Paesi dove spedisce le merci», aggiunge. Il sito può scegliere di non servire un Paese, ma se lo fa non deve fare discriminazioni sui cittadini di altri Paesi europei. Né di prezzo né in termini di garanzie legali e diritti (di recesso, per esempio). Si noti che le «prime proposte della Commissione europea pensavano di imporre a tutti i siti e-commerce di vendere a tutti i cittadini europei- dice Liscia. Noi, con gli operatori del settore, abbiamo fatto notare alla Commissione che era un obbligo troppo gravoso». Seconda novità è che il sito deve accettare le carte di credito di tutti i cittadini (adesso non è così e ci sono negozi, anche fisici, che accettano solo carte emesse da banche nazionali). Terza: i siti che hanno versioni in diverse lingue devono interrompere il redirect automatico sulla versione localizzata nella lingua dell’utente. Per un italiano, ad esempio, è il diritto ad accedere alla versione inglese di un sito che ne ha una anche in italiano. Questo terzo punto è in realtà controverso, perché se vale il primo diritto l’utente non dovrebbe avere interesse a visitare una versione straniera del sito. Non troverà condizioni diverse sul sito inglese rispetto a quello italiano. «Sembra che il legislatore qui parta dal presupposto che il sito e-commerce voglia ingannare l’utente», dice infatti Liscia. L’effetto dei nuovi diritti dovrebbe essere molteplice. Certo è un’apertura alla concorrenza, su prezzi e garanzie per l’utente, su scala europea. «Ma è anche la possibilità perché nascano nuovi intermediari nell’-ecommerce», aggiunge Liscia. La normativa obbliga i siti a vendere a qualsiasi cittadino europeo, purché il prodotto venga spedito nei Paesi che quelli intendono coprire con la spedizione. Cioè, in teoria un italiano potrà comprare anche da un sito inglese che non supporta spedizioni in Italia (ad esempio). L’onere per l’italiano sarebbe di ricevere il pacco nel Regno Unito. Qui subentrerebbero i nuovi intermediari, che prenderebbero il pacco dal Regno Unito e lo manderebbero a casa dell’italiano. Insomma, i nuovi diritti separano l’obbligo di vendita transfrontaliero da quello di spedizione (stabiliscono il primo, ma non il secondo) e i nuovi soggetti colmeranno il gap tra le due cose. Certo, come si vede, la proposta è già ora il frutto di compromessi. E altri potrebbero arrivare nelle fasi finali dell’approvazione. Il più grande compromesso è già però in nuce nella riforma: questa non riguarda le opere digitali audio-video, ma solo prodotti fisici e i servizi digitali (come il cloud). Al momento quindi nessun diritto di vedere i film e le serie tv disponibili solo sul Netflix inglese o francese, per esempio. «Per abbattere il geoblocking del diritto d’autore non era questa la sede giusta, bensì eventualmente la prossima grande riforma europea del copyright», dice Sanna.
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Stop al geo-blocking? Ma non per musica e film

La prossima primavera sboccerà il nuovo commercio elettronico su scala europea, per servizi digitali e prodotti fisici. E sarà il risultato di un complicato compromesso tra l’idea comunitaria di abbattere le attuali barriere e la persistenza di strutture di costi e regole che ancora agiscono a livello locale.

Le negoziazioni sono in corso. Qualche giorno fa il Consiglio Ue ha approvato la bozza della Commissione europea con una proposta di rimuovere il geo-blocking, cioè i blocchi geografici che limitano gli acquisti online su siti stranieri all’interno dell’Unione. Adesso la palla passa al Parlamento Ue e «si prevede che per metà marzo tutto dovrebbe essere completato», dice Roberto Liscia, presidente di Netcomm (consorzio commercio elettronico italiano) e storico massimo esperto di questo settore.

Il succo di questa normativa, come riassume Fabrizio Sanna, dello studio Orsingher Ortu-Avvocati Associati di Milano, è che «i siti e-commerce europei dovranno trattare allo stesso modo, senza discriminazioni, tutti i cittadini». E questo si declina in tre novità principali. «Primo, se il sito e-commerce deve trattare allo stesso modo tutti i cittadini di tutti i Paesi dove spedisce le merci», aggiunge. Il sito può scegliere di non servire un Paese, ma se lo fa non deve fare discriminazioni sui cittadini di altri Paesi europei. Né di prezzo né in termini di garanzie legali e diritti (di recesso, per esempio). Si noti che le «prime proposte della Commissione europea pensavano di imporre a tutti i siti e-commerce di vendere a tutti i cittadini europei- dice Liscia. Noi, con gli operatori del settore, abbiamo fatto notare alla Commissione che era un obbligo troppo gravoso».

Seconda novità è che il sito deve accettare le carte di credito di tutti i cittadini (adesso non è così e ci sono negozi, anche fisici, che accettano solo carte emesse da banche nazionali). Terza: i siti che hanno versioni in diverse lingue devono interrompere il redirect automatico sulla versione localizzata nella lingua dell’utente. Per un italiano, ad esempio, è il diritto ad accedere alla versione inglese di un sito che ne ha una anche in italiano. Questo terzo punto è in realtà controverso, perché se vale il primo diritto l’utente non dovrebbe avere interesse a visitare una versione straniera del sito. Non troverà condizioni diverse sul sito inglese rispetto a quello italiano. «Sembra che il legislatore qui parta dal presupposto che il sito e-commerce voglia ingannare l’utente», dice infatti Liscia.

L’effetto dei nuovi diritti dovrebbe essere molteplice. Certo è un’apertura alla concorrenza, su prezzi e garanzie per l’utente, su scala europea. «Ma è anche la possibilità perché nascano nuovi intermediari nell’-ecommerce», aggiunge Liscia.

La normativa obbliga i siti a vendere a qualsiasi cittadino europeo, purché il prodotto venga spedito nei Paesi che quelli intendono coprire con la spedizione. Cioè, in teoria un italiano potrà comprare anche da un sito inglese che non supporta spedizioni in Italia (ad esempio). L’onere per l’italiano sarebbe di ricevere il pacco nel Regno Unito. Qui subentrerebbero i nuovi intermediari, che prenderebbero il pacco dal Regno Unito e lo manderebbero a casa dell’italiano.

Insomma, i nuovi diritti separano l’obbligo di vendita transfrontaliero da quello di spedizione (stabiliscono il primo, ma non il secondo) e i nuovi soggetti colmeranno il gap tra le due cose.

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Certo, come si vede, la proposta è già ora il frutto di compromessi. E altri potrebbero arrivare nelle fasi finali dell’approvazione. Il più grande compromesso è già però in nuce nella riforma: questa non riguarda le opere digitali audio-video, ma solo prodotti fisici e i servizi digitali (come il cloud). Al momento quindi nessun diritto di vedere i film e le serie tv disponibili solo sul Netflix inglese o francese, per esempio.

«Per abbattere il geoblocking del diritto d’autore non era questa la sede giusta, bensì eventualmente la prossima grande riforma europea del copyright», dice Sanna.

Fonte: @AlessLongo